Il Tartufo: la trama
C’è una casa parigina perfettamente in ordine, finché non ci mette piede un uomo che sa recitare la parte del santo meglio di qualunque santo vero. Si chiama Tartufo, e la sua unica vera vocazione è farsi credere povero, umile e devoto agli occhi di chi ha soldi, una bella casa e, soprattutto, la testa facile da riempire. Quella testa appartiene a Orgone, ricco borghese che si innamora (sì, innamora è la parola giusta) di questo finto uomo di fede al punto da preferirlo alla propria famiglia. Vuole dargli in sposa sua figlia Mariana, strappandola al fidanzato che ama davvero; caccia di casa il figlio Damide, colpevole solo di avergli aperto gli occhi; e, non contento, gli intesta l’intera eredità, pronto a lasciare i suoi cari sul lastrico pur di non deludere il suo “maestro spirituale”.
Il problema è che sotto il saio di Tartufo non batte proprio nulla di spirituale. L’uomo ha messo gli occhi (e non solo quelli) su Elmira, la moglie di Orgone, e la corteggia senza troppi complimenti proprio mentre predica castità a tutti gli altri. Sarà lei, stanca di essere l’unica a vedere la verità, a tendergli una trappola geniale: nasconde il marito sotto un tavolo e lascia che Tartufo si tolga la maschera da solo, parola dopo parola. Orgone finalmente apre gli occhi, ma è tardi: la casa, sulla carta, non è più sua. Tartufo minaccia di sfrattare l’intera famiglia e tira fuori persino un dossier compromettente per rovinare Orgone agli occhi del re. Solo un intervento dall’alto (un ufficiale reale che, con un colpo di scena degno del miglior finale, smaschera l’impostore e restituisce a Orgone tutto ciò che aveva perso) salva la famiglia dal disastro e permette finalmente a Mariana di sposare chi ama davvero.
Molière scrisse questa commedia nel 1664 e i benpensanti dell’epoca gliela fecero pagare cara: fu vietata più volte prima di poter andare in scena senza censure. Il motivo è semplice: pochi testi hanno saputo ridere così bene (e così a fondo) dell’ipocrisia di chi usa la virtù come strumento per manipolare gli altri. Più di tre secoli dopo, la storia di un uomo che si finge migliore di quello che è per ottenere fiducia, potere e affetto non ha perso un grammo della sua attualità.
Uno spettacolo che nasce da un percorso
Questa non è una messa in scena qualunque: è il primo vero banco di prova per gli allievi dei corsi di teatro, musica e danza acrobatica delle Officine dell’Arte, al termine dei loro primi mesi di studio. Le rappresentazioni di metà anno hanno proprio questo scopo — non semplicemente mostrare “cosa si è fatto”, ma mettere gli studenti davanti a una sfida vera: dare corpo, voce e ritmo a un autore che sconti al pubblico non ne fa mai. Cimentarsi con Molière significa misurarsi con un linguaggio comico che non perdona le mezze misure, con personaggi che vivono di ambiguità, con un testo che, pur scritto quattro secoli fa, chiede oggi la stessa precisione, la stessa energia, la stessa capacità di stare in scena. Ed è proprio in questa prova, più che in qualsiasi lezione, che si misurano i progressi fatti e si intravede quanto talento ci sia ancora da scoprire.